giovedì 3 aprile 2014

Cenni sull’oggetto di meditazione in vipassana

All’inizio della pratica meditativa, lo yogi riceve o viene istruito a seguire un oggetto di meditazione. Una buona immagine ci viene fornita dal modo in cui esso viene chiamato in lingua Pali
cioè 'kammatthana', che letteralmente significa “luogo di lavoro/attività”, esso è il “terreno” per la coltivazione degli stati mentali della concentrazione e della visione profonda.
In genere rappresenta il fenomeno, o processo principale, su cui dirigiamo la nostra attenzione e verso il quale ricondurremo ogni volta il focus della nostra ossevazione; per convenzione ci riferiremo ad esso come 'oggetto primario'.
Durante l’attività di osservazione altri fenomeni si presentano alla nostra attenzione: questi, sempre per convezione costituiscono l'insieme degli 'oggetti secondari'.

Molto spesso negli yogi nascono dei dubbi rispetto all’oggetto sul quale meditare. Può darsi che
l’oggetto primario scompaia, che sia stato messo in ombra o che più oggetti si presentino
contemporaneamente.
L’oggetto che scegliamo di osservare deve essere stabilito in base a precise ragioni perchè è l’oggetto relativo alla meditazione di visione profonda che costituisce la nostra pratica.
In primo luogo, l’oggetto primario deve essere l’oggetto più facile per lo sviluppo della presenza
mentale e della concentrazione. Nel nostro caso usiamo prevalentemente il “sollevarsi-abbassarsi”
dell’addome. Questo oggetto è stato scelto tra gli oggetti fisici grossolani e continua ad essere
l’oggetto primario della meditazione di visione profonda come viene praticata nella tradizione di
Mahasi Sayadaw. In altre tradizioni si usa il respiro che entra e esce dalle narici oppure
l’osservazione delle sensazioni nel corpo. Diciamo che ogni oggetto primario tra quelli appena citati
ha una sua funzionalità peculiare:
L’osservazione del respiro alla base del naso, dirigendo l’attenzione e l’osservazione ad
un’area abbastanza circoscritta, è più adatto allo sviluppo della concentrazione rispetto alla
consapevolezza. Spesso viene utilizzato nei primi giorni dei ritiri proprio per la sua
efficacia, in quanto la concentrazione calma la mente. Le sensazioni in questo caso sono
generalmente più sottili e spesso non facili da intercettare.
L’osservazione del movimento di salita e discesa dell’addome, pur essendo qualcosa che
avviene in conseguenza della respirazione, viene osservato come movimento. Essendo
localizzato in un’area più ampia rispetto alla base del naso offre il vantaggio di un maggior
numero di sensazioni su cui mantenere l’osservazione e generalmente consente uno sviluppo
bilanciato tra concentrazione e consapevolezza.
L’osservazione della postura, ovvero delle sensazioni nel corpo e nei punti di contatto, di
solito si effettua muovendo la presenza mentale dall’alto verso il basso e viceversa. Ha il
vantaggio di fornire un grande numero di sensazioni su cui portare l’attenzione; in questo
caso è la consapevolezza ad esserne avvantaggiata rispetto alla concentrazione.
Come vedete abbiamo la possibilità di scegliere gli oggetti anche in relazione alle “caratteristiche di
utilità”. Ci sono delle tradizioni che a volte sviluppano dei dogmatismi rispetto ad un oggetto
rispetto agli altri (a volte semplicemente dovuti al fatto che conoscendo bene lo sviluppo della
pratica in relazione ad un oggetto soltanto si tende ad escludere gli altri), ma questo non è il nostro
caso.
Ora quello che lo yogi deve fare è rimanere sull’oggetto prescelto in modo rilassato, seguendolo e
osservandolo con una presenza mentale ininterrotta, con semplicità e senza eccessivo sforzo, in
modo da evitare tensioni e cercando di osservare tutto ciò che si sperimenta a livello di sensazioni
fisiche e mentali. Mentre stiamo sull’oggetto primario possono presentarsi anche altri oggetti che
chiamiamo oggetti secondari: possono essere dapprima pensieri e agitazione mentale, sonnolenza e
torpore, rumori o altre sensazioni corporee, quali sensazioni di disagio o dolori. Se sono leggeri, si
possono ignorare, oppure possiamo notarli/etichettarli per poi tornare all’oggetto primario.
Durante la pratica si possono presentare dei fenomeni mentali definiti come impedimenti (ovvero
stati mentali che turbano il flusso della consapevolezza) che, specie nel caso dei principianti,
possono essere l’“agitazione mentale” e “torpore, sonnolenza e pigrizia”.
Questi impedimenti vanno affrontati risolutamente perchè se riusciamo a vincerli sul nascere,
quando sono deboli, non dovremo subirne in seguito i pesanti attacchi, perdendo del tempo prezioso
e ricominciando ogni volta daccapo. Questi impedimenti vanno affrontati come importanti priorità,
perché in loro presenza non c’è consapevolezza o, se essa è presente, ne verrà indebolita. In questo
caso la notizia buona è che dato che tutto è transitorio prima o poi anche gli impedimenti
cesseranno, la notizia meno buona è che a quel punto dovremo ricominciare il nostro lavoro di
sviluppo della consapevolezza.
Altro tema cruciale è quello del “predominio”, ovvero il caso di un altro oggetto che interferisce e
predomina sull’oggetto primario, che prima o poi ne viene cancellato. Se è possibile rimanere
sull’oggetto primario, anche se è diventato più fine e sottile, mantenete questo oggetto; se invece
non riuscite a mantenerlo verrà in primo piano il prossimo oggetto predominante. Il più delle volte
si tratta di sensazioni dolorose o comunque di sensazioni fisiche, ad esempio un suono (senso
dell’udito) può diventare predominante se il rumore è molto forte, o lo stesso può accadere con un
oggetto visibile (senso della vista), mentre stiamo camminando.
Se due oggetti competono per il predominio, bisogna considerare vari fattori, poiché è anche
possibile osservare i due oggetti contemporaneamente. In questo caso la “visione”, o “campo di
osservazione”, sarà più ampia. Un esempio è quello di due sensazioni dolorose in due parti molto
lontane del corpo o in due punti di una gamba: se ci concentriamo su un punto, l’altro potrebbe
diventare predominante e si finisce per correre avanti e indietro tra un punto e l’altro. Questo
continuo correre potrebbe diventare un problema; in tal caso possiamo decidere di allargare la
visione a entrambi gli oggetti, rafforzando così la presenza mentale.
Un oggetto interno è preferibile a un oggetto esterno. Il motivo è che l’oggetto interno aiuta a
mantenere l’autocontrollo, mentre gli oggetti esterni tendono a distrarre. Se ad esempio dobbiamo
scegliere tra le sensazioni fisiche e i suoni (non eccessivamente forti), sono preferibili le prime.
Una volta stabilita la presenza mentale, si scelgono oggetti che rivelano con chiarezza le tre
caratteristiche universali: impermanenza, sofferenza e non sé, che sono i veri oggetti della
vipassana. L’insegnante può indicare sin dall’inizio questa direzione; in questo caso la
concentrazione si svilupperà più lentamente, anche se prima o poi lo farà. È infatti preferibile
osservare un dolore, che rivela la qualità del “cambiamento” etc., che rimanere in uno stato di
tranquillità mentale in cui il cambiamento non è evidente.
Alcune persone mantengono sempre l’oggetto primario ricevuto all’inizio della pratica, fino a
produrre i risultati desiderati, altre potrebbero invece avere bisogno di passare ad altri oggetti,
perché l’oggetto primario potrebbe aver perso chiarezza e non si è più in grado di rimanere su di
esso, oppure perché un altro oggetto è diventato predominante. Qualunque sia il motivo, l’oggetto
secondario che prende il sopravvento sul primo diventa l’oggetto primario, ma anche questo
oggetto potrebbe cambiare con il mutare delle condizioni, quindi, per un certo periodo di tempo,
potremmo avere più di un oggetto primario.
Ma questo non ha importanza, l’importante è che il flusso della presenza mentale sia continuo. Una
volta raggiunta questa continuità, lo sviluppo successivo è quello della concentrazione. Ovviamente,
lo sviluppo della concentrazione sarà più veloce se rimaniamo sempre sullo stesso oggetto primario
per un lungo periodo di tempo.
Nota sulla pratica progressiva
Anche se queste istruzioni di base sono ben comprese, quando si inizia a metterle in pratica
probabilmente si scopre che non è facile applicarle.
In primo luogo ci si accorgerà di lottare semplicemente per essere consapevoli, questo perché
occorre sbarazzarsi di quegli impedimenti che i meditanti incontrano all’inizio dello sforzo per
sviluppare una concentrazione di base. Queste non sono altro che contaminazioni, emozioni
negative, accumuli di stress, che vanno sostituite dalla presenza mentale in modo che diventi
un’abitudine fondamentale.
Una volta sviluppata la concentrazione e superati gli impedimenti, gli oggetti diventano chiari e la
penetrante presenza mentale li indaga per sperimentare la loro vera natura. L’approfondita visione
profonda purificherà progressivamente la mente fino a raggiungere la realizzazione.

Buon lavoro! Che la liberazione giunga presto piuttosto che chissà quando !

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